Premessa

LE RAGIONI DI UNA RIVOLTA

Il modello di sviluppo economico attuale nato per allargare il benessere a cerchie sempre più vaste di esseri umani si sta tragicamente avvitando su se stesso contraddicendo i suoi scopi più nobili in una spirale che genera diseguaglianze odio e rancore, perchè ha completamente dimenticato l’essere umano e mira solo al raggiungimento del profitto immediato e macroscopico per un numero sempre più ristretto di persone.

L’intera economia reale mondiale è asfissiata da un sistema finanziario speculativo che comprime diritti e benessere, attacca i beni comuni e toglie speranza ai cittadini. In questo scenario di totale supremazia dell’economia finanziaria virtuale sull’economia reale, la vita dell’essere umano, la sua capacità di lavorar e e di produrre diventano variabili spendibili di un’equazione finanziaria in cui non c’è più spazio per un approccio umano al lavoro. E così abbiamo situazioni di schiavismo come quella che scoppiò Nell’estate 2011, nella Masseria Boncuri a Nardò in provincia di Lecce, grazie al coraggio di Yvan Sagnet e dei suoi compagni, scoppiava la rivolta contro il caporalato.

Improvvisamente il mondo prendeva coscienza di una realtà vergognosa sulla quale per troppo tempo, troppe persone e istituzioni avevano preferito girare la testa dall’altra parte. Il CETRI fu fra le prime organizzazioni a correre in soccorso dei rivoltosi di Boncuri, organizzando la manifestazione NO CAP in loro solidarietà, d’intesa con la FLAI CGIL locale e con molti artisti locali e internazionali fra cui Eugenio Bennato. Superata l’emergenza del 2011 la manifestazione NO CAP fu ripetuta nel 2012, in condizioni più precarie in quanto, pur in presenza dell’inchiesta SABR della DDA di Lecce (che aveva incriminato i caporali insieme ai loro mandanti con accuse gravissime dal traffico di esseri umani, alla riduzione in schiavitù alla sottrazione di documenti personali) le istituzioni locali avevano inspiegabilmente deciso la chiusura del centro di accoglienza di Boncuri negando l’evidenza del persistere di forme di lavoro schiavistico nelle campagne del territorio, e lasciando così i lavoratori in totale balìa dei loro sfruttatori, senza neanche quella minima rete di protezione che l’associazione FinisTer di Gianluca Nigro era riuscita a garantire a Boncuri e che era stata indispensabile per il formarsi di quella coscienza dello sfruttamento che aveva portato alla rivolta del 2011. In questa seconda edizione di NO CAP, si fece però uno straordinario balzo in avanti verso l’identificazione di iniziative efficaci (da affiancarsi alla denuncia e alla lotta) per la rimozione delle cause profonde del caporalato, e non solo per la mitigazione dei suoi effetti più disumani. Si cominciò così a riflettere su modi di trasformazione dei prodotti agricoli locali per conferire loro maggior valore e dunque un reddito aumentato ai produttori, come ad esempio la gelatina di anguria, preparata da una gastronoma siciliana su una vecchia ricetta araba, per un apposito laboratorio del gusto organizzato di concerto con lo Slow Food Puglia.

GLI EFFETTI PERVERSI DEL SISTEMA SPECULATIVO: IL RAZZISMO COME ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA.

IL Razzismo è un’arma di distrazione di massa per distogliere l’attenzione di lavoratori precari sottopagati e sfruttati dai veri responsabili della loro precarietà e del loro sfruttamento. Così si preoccupano che il lavoro venga “rubato” da lavoratori immigrati che sono vittime come loro del sistema globale di sfruttamento dell’ dell’economia finanziaria capitalista e non di coloro che il lavoro lo stanno distruggendo facendo profitti astronomici sulla loro pelle con strategie economiche a alta intensità di capitali e a bassa intensità di lavoro. Nell’economia ultra liberista attuale incentrata unicamente sulla massima produttività e con la minima spesa, il lavoro ha perso il valore di creatore di capitale sociale ed è diventato unicamente una variabile non necessaria del sistema di impresa che va compresso il più possibile per garantire i margini di profitto più alti possibile. Chiaramente però, è più semplice prendersela con gli immigrati che leggersi un testo di Jeremy Rifkin…

LA RIMOZIONE DELLE CAUSE REALI DEL CAPORALATO E NON SOLO DEI SUOI EFFETTI

Cominciava a prendere forma così l’idea che il caporalato sia un fenomeno le cui cause allignano molto lontano nel tempo e nello spazio dai posti dove il fenomeno si manifesta, e che per rimuoverle bisogni andare oltre la pur necessaria denuncia re la pur ineludibile difesa della legalità e dei diritti.
Continuare a parlare solo di caporalato rischia di spostare l’attenzione solo un aspetto, importante ma solo accessorio al sistema di sfruttamento e sospensione dei diritti che conosce l’attuale configurazione del lavoro agricolo nelle campagne dell’Europa mediterranea e non solo.

Il caporalato infatti altro non è che una forma estrema di sfruttamento del lavoro dell’essere umano che si manifesta in forme diverse su scala globale. I bambini di tre anni nel Benin in Africa che spaccano pietre per 14 ore al giorno e per un salario di un dollaro, i piccoli rifugiati siriani costretti a lavorare in fabbriche di Jeans in Turchia per le multinazionali del tessile, le centinaia di migliaia di giovai donne e uomini costretti a cucire vestiti per le “griffe” occidentali in fabbriche fatiscenti in Bangladesh, (nei cui crolli muoiono come mosche) sono solo alcuni dei più rivoltanti esempi della cinica applicazione della logica del profitto da parte delle grandi corporation finanziarie mondiali, per le quali il lavoro è solo un costo da comprimere il più possibile nella logia della produttività estrema e la totemica difesa dell’interesse alla massimizzazione dei loro profitti.

La stessa logica che ispira attività altrettanto criminose come il land grabbing che, nell’interesse di multinazionali cinesi o occidentali, spossessa della terra quantità sempre crescenti di cittadini africani costretti ai viaggi della disperazione che spesso si concludono tragicamente nella grande tomba del mediterraneo.

La stessa logica che ispira la parossistica svendita degli asset territoriali e delle aziende agricole e turistiche locali italiani a grandi gruppi finanziari multinazionali con la scusa della ricerca degli investitori stranieri.

LA TIRANNIA DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE E DELLA SPECULAZIONE

La grande distribuzione organizzata non è altro che la ramificazione su scala reale ovvero nell’economia reale del sistema finanziario. La stessa logica che impone il prevalere degli interessi della grande distribuzione nel mercato dei prodotti alimentari, su quelli dei piccoli medi e anche grandi produttori locali, costretti a assumere manodopera in nero per mantenere margini sempre più esigui di competitività in un mercato globale dai costi crescenti (primo fra tutti quello dell’energia) e dai ricavi sempre più esigui perché condizionati dalla mafia della grande distribuzione organizzata, che dopo aver sterminato la concorrenza dei piccoli negozianti di prossimità e di quartiere, adesso sta cercando di compiere anche lo sterminio dei propri fornitori imponendo loro dei prezzi assolutamente inadeguati a dare un senso economico alle attività agricole.

GLI EFFETTI PERVERSI DELLE MULTINAZIONALI DELL’ALIMENTARE SUL SISTEMA PRODUTTIVO MONDIALE

le potenti aziende del settore alimentare hanno avuto un successo commerciale senza precedenti, accrescendo i loro profitti. Ciò è avvenuto mentre i milioni di persone che forniscono i beni necessari alla produzione – terra, acqua e lavoro – hanno affrontato crescenti difficoltà.
In Pakistan, le comunità rurali dicono che la Nestlé sta imbottigliando e vendendo acqua vicino a dei villaggi che non hanno accesso ad acqua potabile. Nel 2009, la Kraft (oggi Mondelez) è stata accusata di acquistare carne bovina da fornitori brasiliani implicati nel disboscamento delle foreste pluviali dell’Amazzonia per far pascolare il bestiame. E oggi, Coca-Cola si trova a dover affrontare le accuse di sfruttamento del lavoro minorile nella sua catena di produzione nelle Filippine.

Purtroppo, non si tratta di anomalie. Per più di 100 anni le aziende più potenti del settore alimentare si sono servite di terre e lavoro a basso costo per produrre al minimo dei costi e con elevati profitti, spesso a danno dell’ambiente e delle comunità locali in varie parti del mondo. Tutto questo ha contribuito all’attuale crisi del sistema alimentare. Oggi un terzo della popolazione mondiale dipende per il proprio sostentamento da piccole aziende agricole. E sebbene l’agricoltura produca abbastanza cibo per tutti, un terzo viene sprecato, oltre 1,4 miliardi di persone sono in sovrappeso e altre 900 milioni di persone patiscono la fame.

La stragrande maggioranza di coloro che soffrono la fame sono produttori agricoli di piccola scala e braccianti che coltivano e producono cibo per sfamare circa 2-3 miliardi di persone in tutto il mondo. Circa il 60% dei braccianti agricoli vive in povertà. Allo stesso tempo, il cambiamento climatico provocato dalle emissioni di gas a effetto serra (di cui un’ampia percentuale è dovuta alla produzione agricola su scala industriale) determina una sempre maggiore instabilità delle rese agricole. (Fonte Oxfam)

Inoltre, sempre secondo la Oxfam, in tutto il mondo le persone bevono più di 4.000 bicchieri di Nescafé ogni secondo e consumano 1,7 miliardi di volte al giorno prodotti della CocaCola. Tre aziende controllano il 30% del mercato globale del cacao, e Nestlé nel 2010 ha registrato introiti maggiori del prodotto interno lordo (PIL) del Guatemala o dello Yemen. Le 10 più grandi aziende dell’alimentare – Associated British Foods (ABF), Coca-Cola, Danone, General Mills, Kellogg’s, Mars, Mondelez International (ex Kraft Foods), Nestlé, PepsiCo e Unilever – generano collettivamente entrate superiori a 1,1 miliardi di dollari al giorno e impiegano, direttamente e indirettamente, milioni di persone nella produzione, trasformazione, distribuzione e vendita dei loro prodotti. Oggi queste aziende fanno parte di un settore il cui giro d’affari è stimato intorno ai 7.000 miliardi, superiore perfino al settore dell’energia e che rappresenta all’incirca il 10% dell’economia globale. Ma, diversamente dalla produzione di scarpe da ginnastica di marca o dalla creazione di nuovi gadget elettronici, il cibo che si coltiva, dove lo si coltiva, e come viene distribuito è una questione che ha un impatto su ognuno di noi: su ogni singola persona del pianeta.

Ovviamente queste aziende non sono le uniche responsabili della fame e della povertà globali. Tuttavia, come evidenziamo, la loro crescita è avvenuta anche grazie alla disponibilità di terreni e di lavoro a basso costo ottenuti a discapito delle comunità povere di tutto il mondo e dello sfruttamento dei lavoratori. Inoltre oggi hanno il potere di esercitare una grande influenza sui trader (intermediari) e sui governi, ovvero su coloro che controllano e gestiscono la filiera alimentare globale. Sono anche la parte più visibile dell’industria di settore e stanno mettendo a rischio la loro reputazione in quanto i consumatori manifestano sempre maggiore interesse su quello che comprano e su chi glielo vende.

Dopo 4 anni passati a denunciare le condizioni di lavoro e di vita disumane e schiavistiche dei lavoratori della terra, immigrati e anche italiani, e dopo due libri (“Ama il tuo sogno” presentato su Rai 3 da Roberto Savianio e “Ghetto Italia” scritto con il sociologo Leonardo Palmisano) Yvan Sagnet ha deciso di mettere la sua esperienza di lotta e il suo patrimonio di conoscenze a disposizione del CETRI, e NO CAP è diventato uno dei progetti di punta del CETRI, di cui Yvan Sagnet è oggi Vice Presidente.

Il progetto NO CAP mira dunque a promuovere una nuova idea di economia che sia basata sulle risorse naturali e umane del territorio eliminando le cause strutturali di ogni sfruttamento dell’essere umano sul piano lavorativo e su quello esistenziale.

In questa battaglia dobbiamo essere coscienti che le regole del gioco sono dettate da pochi grandi gruppi commerciali che, in un mercato globale, appartengono a loro volta a pochi grandi gruppi finanziari che controllano aziende che a cascata ne controllano delle altre che alla fine della filiera si ritrovano a sfruttare il lavoro dei bambini in Africa o in India o dei braccianti stranieri e italiani a Nardò, a Foggia, a Latina, a Castel Volturno a Saluzzo, a Asti, a Cassibile o a Rosarno, e a mettere l’asta alla gola alle aziende produttrici con prezzi ridicolmente bassi e il ricatto del prendere o lasciare che lascia l’impresa locale spesso senza alcun margine, mentre i loro prodotti vengono venduti al dettaglio per cifre decuplicate rispetto a quelle dell’acquisto.

Il mercato dominato dalla grande distribuzione organizzata speculativa mira alla omologazione di tutti i processi produttivi e distributivi, cancellando la diversità produttiva e le piccole imprese sia di produzione che di commercio, favorendo invece macro concentrazioni produttive e distributive.
Ricordiamo ad esempio che già oggi il mercato dei semi è in mano a sei grandi gruppi globali, quando esso non dovrebbe neanche esistere perché l’accantonamento della semenza per il prossimo raccolto fa parte di quella cultura contadina del lo Slow Food e Terra Madre si sforzano di tutelare e far prosperare su scala globale da anni.

AGRICOLTURA DI TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE, BUONA PULITA E GIUSTA
L’agricoltura italiana rappresenta il modello diametralmente opposto a quello della globalizzazione del mercato, e sopravviverà solo se riuscirà a mantenersi fedele ai suoi principi: produrre e vendere realizzando grandi profitti grazie alla qualità delle sue eccellenze agroalimentari da una parte, contribuendo alla tutela del territorio, rispettando i diritti dei lavoratori e favorendo la tracciabilità del prodotto sia nella filiera corta (comunemente indicata con la formula semplificatrice del Km zero) come avviene già su piccola scala con il commercio equosolidale Gas (Gruppi di acquisti solidali), Gap (Gruppi di acquisti popolari), Gal, ecc..) che in una filiera più lunga per il prodotto trasformato in grado di creare reddito e valore aggiunto e consente di sostenere l’economia locale sopravviverà solo se riuscirà a vincere la sfida di guadagnare competitività tramite la modernizzazione dei processi produttivi, e non tramite la compressione dei diritti e del costo del lavoro.

In altre parole bisogna far uscire l’agricoltura dal paradigma fossile verticistico centralizzato e speculativo della seconda rivoluzione industriale e farla entrare decisamente nella Terza Rivoluzione Industriale secondo i principi proposti da Jeremy Rifkin e declinati da Carlo Petrini con la formula secondo cui il prodotto agricolo deve essere non solo “buono” ma anche “pulito e giusto”.
Questo significa che non è più possibile accontentarsi della certificazione del biologico ignorando se ci sono emissioni e rifiuti nel processo produttivo e nel sistema della distribuzione o se esso sia stato raccolto e trasformato con metodi schiavistici. In altre parole un prodotto non deve essere solo buono (biologico) ma deve anche essere pulito e cioè rispettare i principi del km zero (filiera corta) abbassando emissioni e rifiuti zero (Terra dei fuochi) secondo le linee guida del libro/manifesto Territorio Zero , e infine giusto, cioè raccolto e lavorato da esseri umani liberi e in pieno godimento dei loro diritti.

Bisogna insomma pensare a un nuovo tipo di impresa agricola che riesca a liberarsi dalle storture del mercato attuale, seguendo tre quattro parametri fondamentali: la qualità biologica, la decarbonizzazione della produzione, il rispetto del lavoro e la filiera corta.

NO CAP: UNA TRACCIABILITA’ ETICA ED ENERGETICA
Per quanto riguarda il primo di questi parametri, in Italia esiste una legge sulla certificazione biologica per i prodotti agricoli.
Per quanto riguarda il secondo (la decarbonizzazione), il terzo (l’etica del lavoro), il quarto (la filiera corta) invece, manca un sistema di promozione dell’agricoltura locale per dare valore aggiunto al territorio in termine di crescita economica e occupazionale mettendola al riparo della concorrenza dei prodotti dei paesi terzi, di certificazione energetica ed etica che informi i consumatori sugli aspetti relativi alle emissioni e a i rifiuti del ciclo produttivo e distributivo e su quelli etici che informi i consumatori consumatori se la passata di pomodoro che stanno per comprare ha usato pomodori raccolti nel rispetto dei diritti dei lavoratori, o raccolti da schiavi sotto caporale.

Un sistema di certificazione che informi se le energie rinnovabili siano state introdotte nei cicli agricoli (per esempio l’irrigazione fotovoltaica, la refrigerazione solare, i trattori a idrogeno etc) per abbassare le emissioni dei cicli produttivi, e sistemi di filiera corta senza imballaggi per abbassare il livello di rifiuti sia in fase di produzione che di distribuzione dei prodotti.

L’ideale sarebbe sviluppare un sistema di certificazione etica e energetica che possa raggiungere la distribuzione commerciale che attualmente detiene un potere smisurato essendo in grado di dettare i prezzi dei prodotti in partenza con ripercussioni negative lungo tutta la filiera agroalimentare che costringono i produttori e i trasformatori, a cascata, a comprimere i costi e massimizzare lo sfruttamento delle risorse naturali e umani.

Per questo motivo il CETRI-TIRES è impegnato, contro le logiche speculative del mercato e contro la tirannia della grande distribuzione, affianco ai lavoratori e ai produttori agricoli, per proporre, in assenza di regole precise, la diffusione di un marchio etico ed energetico dei prodotti agricoli che aldilà degli aspetti puramente organolettici e biologici, permetta la tracciabilità anche degli aspetti etici e energetici lungo tutta la filiera, dalla produzione alla trasformazione, alla commercializzazione per certificare che ogni impresa che porta prodotti sul mercato rispetti non soltanto i principi del biologico, ma anche quelli della sostenibilità ambientale (per esempio intraprendendo pratiche di decarbonizzazione dei propri processi produttivi), e quelli etici e di rispetto dei diritti delle persone e del lavoro.

Naturalmente questo non riguarda esclusivamente il settore dell’agricoltura.
Lo sfruttamento del lavoro è ormai arrivato a toccare livelli semi schiavistici anche in altri settori da quello industriale a quello dei servizi (pensiamo ai call center ai sistemi di vendita porta a porta, alle agenzie interinali, al sistema di appalti), tanto che si parla ormai di un “caporalato 2.0”.

Progressivamente questo marchio di tracciabilità etica ed energetica dovrà estendersi a tutti i settori dell’economia reale (pensiamo all’edilizia, al turismo, al trasporto, alla sanità, alla conoscenza, ai minatori, al pubblico impiego, all’industria ecc), tutelandoli dalle aggressioni e dalla ferocia del mercato speculativo globale per contribuire a contrastare le cause di ogni forma di caporalato, sfruttamento, schiavismo e violazione dei principi di giustizia e di umanità nei rapporti sociali ed economici, rimettendo l’essere umano al centro delle attività economiche anziché il profitto.